La Statua che Voleva Alzarsi

Uno dei più grandi capolavori della storia dell’arte è il Mosè di Michelangelo. Straordinaria opera del periodo rinascimentale, esso è la scultura più importante della tomba di Giulio II che si trova nella chiesa di San Pietro in Vincoli. Fu scolpita dall’artista toscano tra il 1513 e il 1516 e rappresenta l’elemento centrale di questo strepitoso mausoleo che accolse le spoglie del pontefice quasi un secolo dopo la sua morte, avvenuta il 21 febbraio del 1513.

Michelangelo era stato chiamato direttamente dal Papa, all’inizio del 1505, per la realizzazione di quest’opera ed era molto eccitato all’idea di svolgere un compito così prestigioso. Dopo aver firmato il contratto, passò infatti ben 8 mesi a Carrara per scegliere personalmente i migliori marmi da utilizzare. Quando tornò a Roma, però, Giulio II gli comunicò che voleva immediatamente farlo lavorare ad altri progetti e lui, offeso per questo comportamento (notorio il carattere passionale del genio toscano), scappò da Roma alla volta di Firenze. Solo le minacce e le pressioni che il Papa fece sulla Repubblica Fiorentina costrinsero il Buonarroti a ritornare a Roma per dipingere la volta della cappella Sistina così come richiesto dal Pontefice. Terminata tale impresa, poté, totalmente e con grande attenzione, finalmente dedicarsi alla realizzazione del Mosè. Questa scultura rappresenta il patriarca ebreo seduto, che, dopo aver ricevuto sul monte Sinai le tavole della legge, che sorregge con il braccio destro, volge lo sguardo alla propria sinistra osservando sdegnoso gli ebrei che adoravano gli idoli pagani. Gigante di marmo, alto 2,35 metri, era stato concepito dal maestro per essere seduto e volgere lo sguardo davanti a se verso l’altare, in una  posizione statica. La cosa stupefacente è che fu scolpito proprio in questo modo. Sulla base di un documento ritrovato non molti anni fa, si capisce che Michelangelo, circa 25 anni dopo aver finito la statua, decise di “girarla”, facendo si quindi che il Mosè guardasse alla propria sinistra. Le difficoltà tecniche per far ruotare il corpo di un gigante di pietra dovettero essere immense. La lunga barba fu “tirata” verso destra perché a sinistra sarebbe mancato il marmo per rifarla, inoltre per “permettere” il movimento, egli abbassò il trono su cui era seduto Mosè di circa 7 centimetri e tolse del marmo alla gamba sinistra, facendo scivolare il ginocchio indietro. Per coprire la mancanza di pietra e la perdita di proporzioni, inventò un panneggio che copriva parzialmente la gamba sinistra. Solo il geniale Michelangelo poteva girare una statua! In questo modo il Mosè appare non più statico ma dinamico, quasi nell’atto di alzarsi. Comunica forza e severità e terribile appare il suo sguardo, che sembra, per alcuni studiosi, riflettere il carattere dell’artista. Le motivazioni per cui, dopo tanti anni, vi fu l’intervento del Buonarroti, son ancora oggetto di studio. Forse sono legate alla sua forte religiosità. Che fosse irriguardoso, se non blasfemo, per il patriarca ebreo osservare, con fare severo, l’altare principale che conteneva in una teca le catene della prigionia di Pietro (sia quelle del periodo romano che quelle di Gerusalemme)? Altro elemento di estrema particolarità è rappresentato dalle “corna” del Mosè. Esse sono il frutto di una errata lettura di un termine ebraico della Bibbia. Tale errore, quando fu scolpita l’opera, era stato ravvisato e corretto; siccome però, nei secoli precedenti, soprattutto in numerosi dipinti, il patriarca appariva con queste protuberanze sulla testa, Michelangelo decise di continuare nella tradizione. Infine, vi è una leggenda singolare quanto fantasiosa legata al Mosè: pare che un giorno Michelangelo guardando la sua opera da poco terminata, abbia detto rivolto alla statua: “Ma perché non parli??” e, non avendo avuto logicamente risposta, gli abbia scagliato contro uno scalpello, colpendolo al ginocchio. In realtà quest’episodio è totalmente inventato ma dimostra come l’artista percepisse la sua opera come un capolavoro a cui mancava soltanto il dono della parola. Ed aveva ragione.   

 

Giuseppe Rosselli

 

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